Trani, la città degli ebrei

“In due giorni di viaggio arrivai a Trani, situata in riva del mare; grazie alla comodità del suo porto, Trani è luogo di raccolta dei pellegrini diretti a Gerusalemme; è una città grande e bella, abitata da circa 200 ebrei con a capo rabbi Eliah, rabbi Nathan il commentatore e rabbi Yaaqov”.
Questi appunti annotava nel suo diario di viaggio il grande Chacham (dottore della Legge ebraica) Beniamin da Tudela giunto a Trani nel 1165.
Parole che danno l’idea di una città niente affatto sconosciuta al viandante ebreo. È vero, il Chacham cita i pellegrini diretti a Gerusalemme e si riferisce a non ebrei in viaggio verso la terra d’Israele scarnificata della sua ebraicità, contesa tra Bizantini, Arabi e Turchi capaci di sgozzarsi tra di loro ma uniti nel profanare il luogo del Tempio di Gerusalemme diventata terra di saccheggi e guerre sanguinose in nome di non meglio specificati scopi religiosi.
La maggior parte del popolo ebraico era dispersa nella Golà, la Diaspora. Extracomunitario ante litteram, l’Ebreo aveva imparato a proprie spese che il governatore del Paese ospitante andava onorato, rispettato e sostenuto con le tasse; solo così avrebbe goduto della patente di residenza (oggi la chiameremmo permesso di soggiorno) e dell’esercizio del mestiere.
“Date a Cesare quel che è di Cesare” altro non è che la rielaborazione greca nei vangeli dell’ebraico “Dinà demalkutà dinà” (la legge del sovrano è legge).
A Trani confluirono ben 6 diaspore; degli Ebrei d’Israele fatti schiavi da Tito nel 70 dell’era volgare, degli Ebrei di Venosa cacciati dai Saraceni nel IX sec., degli Ebrei in fuga dalla Spagna islamica degli Almohadi, degli Ebrei scampati al furore antiebraico della crociata tedesca di Worms e Magonza del 1096, di quelli in fuga da Bari distrutta nel 1156 da Guglielmo I il Malo, di quelli espulsi dalla Francia di re Filippo Augusto e giunti a Trani verso il 1182.
Grazie alla concessione degli Svevi nel 1155 gli Ebrei tranesi vivevano a pochi passi dal porto e dalla cattedrale nella Giudecca, parola di origine incerta; chi la intende in senso dispregiativo di “giudaica” (ossia di Giuda, l’apostolo traditore), chi come i veneziani (di casa a Trani a partire dal 1496) nel senso dialettale veneto di “giudecà”, i passati in giudizio. Non è un mistero che il porto di Trani fosse a quell’epoca molto più incavato nella città e che dalla via che porta alla chiesa di Ognissanti si accedeva a un diaframma urbano tuttora conosciuto come La Galera, usata dai marinai per far stazionare i galeotti rematori. Un intero quartiere di vicoli e cortili a diversi piani con le terrazze contigue, praticamente l’una attaccata all’altra. Sembra che con tale stratagemma Trani scampò agli assedi saraceni; i tranesi avevano una facile via di fuga sulle terrazze.
Federico II di Svevia (1194–1250) tuonava dicendo “fuggite dai tranesi di sangue ebraico” ma cedeva loro il monopolio della seta grezza sottraendoli a vessazioni civili ed ecclesiastiche; inoltre amava circondarsi di medici e sapienti ebrei e suo figlio Manfredi parlava l’ebraico. Ma gli Ebrei tranesi si distinguevano anche nella colorazione dei tessuti e della lana, nella sartoria di classe e, non ultimo, nel diritto marittimo. Basti pensare che nel 1063 furono redatti a Trani gli Statuti Marittimi (tuttora internazionalmente validi) e, accanto al console cristiano Nicola de Roggero, gli altri due consoli firmatari erano gli ebrei Simone de Brado e Angelo de Bramo.
Ogni tanto qualcuno usciva fuori di senno e inventava accuse di usura; eppure senza prestito monetario con gli interessi non esisterebbe il commercio e ciò ai cristiani era vietato. Gli Ebrei tranesi non solo sapevano gestire alla perfezione il denaro alla luce di innumerevoli regole talmudiche ma conoscevano l’arte della concorrenza; sarà anche per questo che, allo scopo di contrastare i potentati bancari su Trani e anche “ringraziare” i veneziani della protezione loro accordata, gli ebrei applicarono tassi di interesse notevolmente inferiori a quelli dei banchieri toscani, genovesi e della Serenissima.
“Fuochi” (famiglie) ebraici ce n’erano a Bisceglie e Andria, giusto per rimanere nei dintorni. A Barletta una piccola ma ben organizzata comunità ebraica risiedeva a ridosso del quartiere greco, tra l’attuale via Romania e via del Cambio (oggi Corso Cavour) o, secondo altre fonti, a ridosso dell’attuale Piazza Plebiscito.
A Trani c’era un “pensiero” giuridico e religioso ebraico ed è quello che si trasmette, non già la maestria nel commercio o altro. Da Isaiah a Solomon a Nathan a Josef, l’Ebraismo tranese ha dettato regole etiche e giudiziarie all’intera Diaspora. Mette ancora i brividi documentarsi tuttora sui più recenti Responsa licenziati nello Stato d’Israele in materia legislativa anche delicata e scoprire che nello stato ebraico si è deciso in un senso o nell’altro in base agli scritti di Isaiah o Josef Mitrani (ossia “da Trani”, da cui il cognome Vitrani).
Il declino arrivò con gli Angioini: allontanarono gli Ebrei tranesi in pochissimi giorni e si diedero un gran daffare a cancellare ogni minima traccia della loro presenza.
Quelli rimasti divennero marrani, ebrei dentro e cristiani fuori: la challà ossia il pezzo di impasto del pane che il venerdì veniva gettato per strada e non bruciato per non dar nell’occhio, i primogeniti battezzati e dopo 30 giorni portati nella chiesa di S. Anna (l’antica Sinagoga Scola Grande) per il pidion–haben o riscatto dal Sommo Sacerdote, sostituito da un prete tranese di origini marrane.
Questi neofiti ottennero privilegi e divennero economicamente importanti, suscitando l’invidia della nobiltà tranese; come dire, Ebreo sei e tale rimani. Ma non si può cancellare di colpo l’intera onomastica tranese, fortemente ebraicizzata; Parente, Calò(nimos), Bonella, Musci o Musicco o Musacco o Moselli (da Moshè), Gallo e Franzese (dalla Francia), (bona)Ventura o Benvenisti o Bongiorno o Bonadies (tutti sefarditi ossia dalla Spagna), Enriquez, Nunez, Servodio, Pasquadibisceglie, Di Venosa, Mele(ch) e Melillo, Trevisani (ossia tedeschi da Treviri), Vitale…
Dopo 470 anni l’Ebraismo è tornato a Trani, nel tacco d’Italia si torna a parlare ebraico, risuonano le tefilloth nelle altissime volte della Scolanova, la kedushà (santità) del Rotolo della Legge torna a riempire uno dei luoghi più suggestivi della Diaspora.
Riportare l’Ebraismo a Trani; quello vero, che cammina sui piedi e risiede nel cuore dell’Ebreo, delle preoccupazioni quotidiane di aprire la Scolanova per le preghiere o le visite turistiche, dello shabbath, del pane azzimo pasquale da far arrivare all’Ebreo di Manduria o di Lecce.
Sembra che Trani avesse un rito ebraico meraviglioso; forse non lo abbiamo del tutto perduto (oggi a Trani vige il rito italiano) ma anche qui occorrerà fare qualche viaggio nell’Europa balcanica.
Trani è il capoluogo ebraico della Puglia che, un giorno non lontano quando diverrà comunità a tutti gli effetti (oggi è Sezione della Comunità di Napoli) avrà giurisdizione anche su Molise e Basilicata. Una grande provincia ebraica e soprattutto una grande opportunità di riportare l’Ebraismo in quel Mezzogiorno d’Italia dal quale fu sradicato con la forza.
Qualcuno ama parlare soltanto del glorioso passato ebraico tranese o scrivere fiumi di libri su catacombe e cimiteri ebraici, vecchi mikvè (bagni rituali), antichi forni delle azzime, ecc.
Giusto che si faccia ma noi siamo Ebrei, non Etruschi. Alcuni Maestri osano affermare: «ebreo non è già chi vanta la propria mamma ebrea ma chi “avrà” il proprio nipote ebreo». È un paradosso che rende l’idea di come un Ebreo abbia a trasmettere la propria identità al punto da ipotecarla oggi su quella del figlio di suo figlio.
Questa è l’anima ebraica e nessuno può sradicarla dal Mezzogiorno d’Italia.

Francesco Lotoro

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